Ue-Cina, Bruxelles alza i toni ma teme le ritorsioni

Ue-Cina, Bruxelles alza i toni ma teme le ritorsioni

Roma, 21 ott. (askanews) – “Adelante, ma con juicio!”: l’Unione europea si prepara a rafforzare le difese commerciali contro la Cina, ma difficilmente arriverà a uno scontro aperto con Pechino, frenata dalle divisioni interne e dal timore di ritorsioni economiche. E’ questo lo scenario su cui gli analisti scommettono nei rapporti tra i due estremi dell’Eurasia, proprio mentre la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen annuncia nuove misure per proteggere le industrie del continente dalla concorrenza cinese, dopo il primo accordo raggiunto sulle esportazioni di automobili ibride.

Intervenendo oggi al Parlamento europeo, von der Leyen ha rivendicato i risultati del negoziato con Pechino, avvertendo tuttavia che l’intesa sull’automotive non è sufficiente a correggere gli squilibri commerciali tra le due economie. “Per la prima volta, la Cina ha accettato di moderare le esportazioni in un importante settore industriale. La prova che il dialogo può dare i suoi frutti”, ha dichiarato.

“Questo è un primo passo importante. Ma un accordo in un singolo settore non può risolvere uno squilibrio strutturale”, ha aggiunto. La presidente della Commissione ha quindi avvertito che “l’Europa deve essere pronta ad agire quando il dialogo non produce risultati” e, se necessario, a utilizzare gli strumenti di difesa commerciale, comprese misure di salvaguardia contro improvvisi aumenti delle importazioni.

I settori immediatamente interessati potrebbero essere quello chimico e quello dei macchinari industriali, sui quali Bruxelles ha già avviato un confronto con le imprese europee. Von der Leyen ha ricordato che i leader dei Ventisette, riuniti la scorsa settimana, hanno espresso sostegno a un rafforzamento delle difese commerciali.

Il problema di fondo è un disavanzo commerciale europeo con la Cina che nel 2025 ha superato il miliardo di euro al giorno e che, secondo la Commissione, ha continuato ad aumentare quest’anno. Bruxelles teme un secondo “China shock”, con le esportazioni cinesi a basso costo capaci di erodere ulteriormente la competitività dell’industria europea.

Un primo tentativo di contenere il fenomeno è arrivato con l’accordo raggiunto nei giorni scorsi dal commissario europeo al Commercio Maros Sefcovic. L’intesa prevede un tetto iniziale di 350mila automobili ibride cinesi esportate ogni anno nell’Unione europea, con incrementi annuali del 6% nei successivi quattro anni. Si tratta di un ridimensionamento significativo rispetto alle circa 800mila vetture che Bruxelles prevedeva potessero essere importate già nel 2026 e, per questo, nell’Ue si esulta.

Pechino offre tuttavia una lettura diversa dell’accordo. Il ministero cinese del Commercio ha sottolineato che le importazioni europee di auto ibride dalla Cina erano state 302mila nel 2025 e che il nuovo sistema garantisce quindi margini di crescita rispetto ai volumi effettivamente raggiunti. Il governo cinese insiste inoltre sul carattere non discriminatorio dell’intesa e sulla necessità di rispettare le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio.

Dietro la crescente assertività di Bruxelles restano comunque ostacoli considerevoli a un confronto commerciale generalizzato. Secondo Capital Economics, che ha presentato oggi a Hong Kong le proprie valutazioni, l’Unione europea continuerà a moderare la risposta alle esportazioni cinesi, nonostante le pressioni politiche per assumere una posizione più aggressiva.

“Almeno da parte cinese c’è una certa preoccupazione che l’Europa diventi più aggressiva nel limitare le esportazioni dalla Cina, ma la nostra valutazione è che continuerà a seguire un approccio prudente”, ha spiegato Marcel Thieliant, responsabile per l’Asia-Pacifico della società di ricerca, citato dal South China Morning Post.

A pesare sono le divergenze tra gli Stati membri, la frammentazione delle competenze economiche tra Bruxelles e i governi nazionali e soprattutto la dipendenza europea dalle forniture cinesi, comprese le materie prime critiche. Il timore è che un’escalation commerciale possa provocare contromisure da parte di Pechino, con conseguenze per settori industriali europei già sottoposti a forti pressioni.

Capital Economics ritiene inoltre che la Cina continuerà a puntare sull’espansione delle esportazioni almeno fino al 2030, anche a causa della debolezza della domanda interna e della forte concorrenza sui prezzi tra i produttori cinesi.

La prudenza europea non significa tuttavia che il rischio di una crisi sia scongiurato. Gli economisti della società britannica attribuiscono una probabilità del 50% a una crisi nei prossimi due o tre anni, qualora la Cina continuasse ad ampliare le proprie quote sui mercati internazionali e la crescente concorrenza alimentasse politiche nazionaliste e protezionistiche nelle economie occidentali.

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