Fashion-tech e moda sostenibile:

Fashion-tech e moda sostenibile:

Nasce Best of U, l’app di Zutre che segue il ciclo di vita dei capi

Un’infrastruttura italo-svizzera punta a certificare la vita del capo e a offrire ai brand strumenti in licenza d’uso, anticipando il passaporto digitale europeo del 2028

Un vestito visto su un influencer, ordinato d’impulso, indossato una volta davanti allo specchio e rispedito indietro il giorno dopo. Non è un difetto di taglia. È un problema di percezione — il capo che sembrava perfetto in vetrina, addosso, non convince più — e ogni volta che torna al mittente alimenta emissioni logistiche e sprechi che il settore dell’abbigliamento oggi non può più permettersi di ignorare. A questo si somma la zavorra dell’invenduto e della sovrapproduzione. Dal 19 luglio le grandi aziende non possono più mandare “al brucio” ciò che non vendono, e la normativa europea sulla responsabilità estesa del produttore, l’EPR, sta bussando anche alla porta del tessile dopo aver toccato plastica, carta, batterie e legno. Nel frattempo, il fashion-tech evolve verso un ecosistema sempre più integrato, in cui armadio digitale, virtual try-on e sostenibilità convergono in tre principali direzioni: app consumer dedicate allo stile personale, strumenti retail per l’e-commerce e piattaforme B2B pensate per brand e designer.

Proprio su questa frattura, dove l’obbligo di legge diventa occasione industriale, si muove Zutre. Costituita a fine dicembre 2023 da Giuseppina Li Vigni, la società porta un nome dal forte valore affettivo, ricavato dall’acronimo dei nomi dei suoi genitori. Prima di approdare alla moda tecnologica, Li Vigni ha maturato quasi quarant’anni di esperienza professionale: vent’anni nel comparto tecnologico presso una multinazionale metalmeccanica e diciotto nel settore ambiente, occupandosi di intermediazione dei rifiuti industriali con la sua LVG Solutions — iscritta all’albo gestori ambientali, con un’autorizzazione a movimentare 60.000 tonnellate e una proiezione verso le 200.000 entro fine anno. «Zutre di fatto raccoglie i tre pilastri della mia vita professionale», rivendica la founder e Ceo. Ed è quell’esperienza sui rifiuti ciò che distingue il progetto dalle altre app del comparto.

Best of U: si chiama così il prodotto rivolto al pubblico, scaricabile su App Store e Play Store. L’utente importa i capi con una foto — scattata a una vetrina, presa da un e-commerce, rubata all’armadio di un’amica — e il sistema ne riconosce colore, materiale e stagionalità, con la possibilità di aggiungere in seguito molte altre informazioni. Da lì costruisce outfit da testare su un avatar con le proprie sembianze, il “Mini-Me”. C’è però una differenza sostanziale rispetto ai virtual try-on blindati dei singoli marchi: qui l’armadio resta aperto e la prova avviene nell’occasione d’uso reale. «Il concetto è customer centric non brand centric», precisa Li Vigni. Sotto c’è la logica dell’acquisto consapevole e della riduzione dei resi, la stessa che spinge le app di nuova generazione a introdurre metriche come il “Cost Per Wear” per frenare il “wardrobe waste”.

Accanto all’offerta rivolta ai consumatori, Zutre presidia anche il mercato B2B, mettendo le funzioni di Best of U a disposizione di brand e retailer per l’integrazione nei rispettivi e-commerce. «Il nostro obiettivo è concedere queste soluzioni in licenza d’uso alle aziende», sottolinea Li Vigni. Il calcolo è di scala: bastano pochi grandi player per generare un bacino sterminato di utenti. La stessa tecnologia guarda anche ai negozi in carne e ossa.
«Vogliamo dare modo di far provare le cose virtualmente all’interno del negozio», aggiunge.

Il vero cuore del progetto, però, batte altrove: nella tracciabilità dopo l’acquisto, protetta da un brevetto in deposito. Dal 2028 la normativa europea imporrà un passaporto digitale per ogni capo immesso sul mercato, con la descrizione dell’intera filiera produttiva. Per Li Vigni, il vero punto debole risiede nel fatto che il documento racconta l’origine del capo, ma non il suo percorso nel tempo. I brand, infatti, sono spesso costretti a stimare la durata del prodotto e il suo impatto ambientale, assumendosene poi la responsabilità. «Il nostro obiettivo è certificare la fase post vendita», afferma. L’idea è promuovere l’utente ad attore: registrare su una dashboard quante volte un capo viene indossato e come viene abbinato, restituendo ai produttori sia la tracciabilità della vita reale sia i dati sui comportamenti d’acquisto. Un capo che dura vent’anni non ha lo stesso impatto ambientale di uno che, dopo pochi mesi, finisce già tra i rifiuti: ed è su questo dato che, nella logica di Zutre, può essere ricalibrato anche il valore dei brand.

L’azienda prevede di integrare anche la funzione di scambio di capi tra utenti, con tanto di geolocalizzazione per accorciare le distanze delle spedizioni. E il mercato, con le sue app all-in-one che tengono insieme closet management, AI styling e virtual try-on, sembra correre esattamente verso il modello che Zutre sta costruendo, questa volta affiancando chi i vestiti li produce e li vende.

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