Le sfumature della crisi a Catania

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Crisi ed emergenza rappresentano il filo rosso sul quale si tiene in piedi la città etnea. Diversi episodi, venuti alla luce sempre con più impeto in questi giorni, danno il segnale di questo stato di preoccupazione perpetua.
Una crisi ed un’emergenza sociale che sfociano in sit in e riunione sindacali, proteste dei lavoratori davanti i palazzi del potere, lettere aperte alle istituzioni, e nei peggiori dei casi nella morte. Da quando qualche settimana fa il venditore abusivo di piazza Risorgimento si è dato fuoco la cronaca ha riportato altri episodi analoghi. Un episodio si è riscontrato ad Aci Castello, un venditore di calzini e canottiere all’avvicinarsi dei vigili urbano avrebbe minacciato di darsi fuoco, ma per fortuna in questo caso si è evitato il peggio. Un’altro ancora pochi giorni addietro. La disperazione ha colto anche un imprenditore in crisi per i debiti, Vincenzo Intonato, che a causa dei debiti contratti si è dato fuoco. Un disoccupato a librino ingerisce una dose eccessiva di farmaci per consegnarsi alla morte, ma i carabinieri per fortuna lo salvano. Una sorta di “sindrome La Fata” attraversa gli ambulanti. E la lista, scorrendo indietro nei giorni, fra suicidi e tentativi di suicidio è sempre più lunga.
Crisi vuol dire anche sciopero, lavoratori che perdono il lavoro. Ma forse si è così sommersi dalla cronaca sindacale da non farci più neanche caso. Azienda dopo azienda, bottega dopo bottega, una che chiude non fa più impressione. E l’emergenza sociale si scopre sopratutto la notte, ma anche di giorno volendo, nel cuore della città. Si pensi al Corso Sicilia, un dormitorio a cielo aperto, alla degradata san Berillo. Ai clochard sparsi per le vie cittadine, come l’ex edicolante che caduto in miseria, brancola ancora davanti il chioschetto ormai chiuso in via Umberto, nei pressi del bar Savia. E ancora il garage sul lungomare di Catania, sotto piazza Europa, anch’esso trasformato non si sa come in appartamento di fortuna. Anche in questo caso la lista è lunga, e ogni quartiere, ogni angolo, rivela qualcosa che a prima vista sembra invisibile. In tutto questo si assiste anche ad un disagio sociale di altra natura, come dimostrano gli  infelici episodi accaduti al lungomare fra il ciclista e un gruppo di venditori di panini. La bicicletta come simbolo di una marcia in più e dall’altra parte l’indisponibilità e la reticenza.
Luci e ombre di un’emergenza senza fine. Non dimenticando la bellezza e la forza di questa città, è impossibile non intravedere quelle tante ombre sopratutto sulle risposte da offrire per contrastare questa crisi a 360 gradi, perché discutere di welfare appare più utile che discutere di modifiche di sensi di marcia, come puntare sul  sociale porterebbe sicuramente più vantaggi che investire sull’aspetto estetico dei new yersey o sulle rotode.

Alessia Zuppelli

23 ottobre 2014