Prefettura di Catania:”Giornata della memoria” per non dimenticare.

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Si dovrebbe sempre essere pronti a ricordare. Sempre, e non solo oggi  27 Gennaio in occasione della “Giornata della memoria”. La memoria per non dimenticare la pagina più buia della storia dell’umanità: l’olocausto. Non solo ebrei nei campi di concentramento e di sterminio, ma anche avversari politici, zingari, omosessuali, malati, deboli, e tutti coloro che nel pensiero nazista non erano in qualche modo “puri”.

Stamane il prefetto Maria Guia Federico nel corso di una cerimonia commemorativa nel salone di rappresentanza del Palazzo del Governo a Catania, ha consegnato le medaglie d’onore ai deportati del territorio etneo. Gli insigniti sono stati: Giuseppe Barbagallo (consegna ritirata dal nipote Raffaele Sorbello), Antonio Garufi (ritirata dai figli Antonietta e Filippo), Arcangelo Gennarino (ritirata dal figlio Giuseppe), Giovanni Messina (ritirata dal nipote Giovanni), Giovanni Minutoli (ritirata dalla figlia Grazia), Rosario Pistarà (ritirata dal nipote Marcello), Sebastiano Pulvirenti (ritirata dal nipote Giuseppe), Sebastiano Tropellone (ritirata dalla figlia Venera).

Non esisteranno mai, probabilmente, “parole umane” per descrivere chi vive e chi cerca di trasmettere il ricordo della sofferenza e dell’inquietudine. Pagine di storia, video, fotografie. E si pensi alla fortuna di queste fonti, alla possibilità di aver potuto vedere quello che è accaduto. Molti ebrei per il timore di non essere creduti e colpevoli, nel loro animo,di non aver salvato i loro compagni si suicidarono. Abbiamo sentito la testimonianza della figlia del giarrese Antonio Garufi che commossa ha raccontato la forza del padre, del suo desiderio di libertà, ma anche della sue fragilità e della sua voglia di raccontare affinché non si dimentichi che l’uomo è stato ridotto a meno di una pulce, e che questo -attraverso la memoria- non accada mai più.

«Noi toccati dalla sorte abbiamo cercato, con maggiore o minore sapienza, di raccontare non solo il nostro destino, ma anche quello degli altri, dei sommersi, appunto; ma è stato un discorso per conto di terzi, il racconto di cose viste da vicino, non sperimentate in proprio. La demolizione condotta a termine, l’opera compiuta, non l’ha raccontata nessuno, come nessuno è mai tornato a raccontare la sua morte. I sommersi, anche se avessero avuto carta e penna, non avrebbero testimoniato, perché la loro morte era cominciata prima di quella corporale. Settimane e mesi prima di spegnersi, avevano già perduto la virtù di osservare, ricordare, commisurare, ed esprimersi. Parliamo noi in loro vece, per delega. Non saprei dire se lo abbiamo fatto, o lo facciamo, per una sorta di obbligo morale verso gli ammutoliti, o non invece per liberarci del loro ricordo, certo lo facciamo per impulso forte e durevole».

(I sommersi e i salvati, Primo Levi 1986)

Alessia Zuppelli
27 Gennaio 2015